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    Lunedì 16 novembre 2009

     
    DAL VANGELO SECONDO LUCA
    (Lc 18, 35-43)
     
    Che cosa vuoi che io faccia per te? Signore, che io veda di nuovo! 
     

     
    Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!».
    Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
    Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
    Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

    Novembre 2009

     

    E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” (Mt 19,24)

    Novembre 2009



    […]
    Ti fa una certa impressione questa frase?
    Penso che hai ragione di rimanere perplesso e di pensare a quanto è opportuno che tu faccia. Gesù non ha detto niente per modo di dire. E’ necessario quindi prendere queste parole sul serio, senza volerle annacquare.
    Ma cerchiamo di capire il vero senso di esse da Gesù stesso, dal suo modo di comportarsi con i ricchi. Egli frequenta anche persone benestanti. A Zaccheo, che dà soltanto metà dei suoi beni, dice: la salvezza è entrata in questa casa.
    Gli Atti degli Apostoli testimoniano inoltre che nella Chiesa primitiva la comunione dei beni era libera e quindi che la rinuncia concreta a tutto quanto si possedeva non era richiesta.
    Gesù non aveva dunque in mente di fondare soltanto una comunità di persone chiamate a seguirlo […], che lasciano da parte ogni ricchezza.
    Eppure dice: 

    “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”

    Cosa condanna allora Gesù? Non certamente i beni di questa terra in sé, ma il ricco attaccato ad essi.
    E perché?
    E’ chiaro: perché tutto appartiene a Dio e il ricco invece si comporta come se le ricchezze fossero sue.
    Il fatto è che le ricchezze prendono facilmente nel cuore umano il posto di Dio e accecano e facilitano ogni vizio. Paolo, l’Apostolo, scriveva: “Coloro che vogliono arricchire cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” .
    Già Platone aveva affermato: “E’ impossibile che un uomo straordinariamente buono sia a un tempo straordinariamente ricco”.
    Quale allora l’atteggiamento di chi possiede? Occorre che egli abbia il cuore libero, totalmente aperto a Dio, che si senta amministratore dei suoi beni e sappia, come dice Giovanni Paolo II, che sopra di essi grava un’ipoteca sociale.
    I beni di questa terra, non essendo un male per se stessi, non è il caso di disprezzarli, ma bisogna usarli bene.
    Non la mano, ma il cuore deve star lontano da essi. Si tratta di saperli utilizzare per il bene degli altri.
    Chi è ricco lo è per gli altri.

    “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”

    Ma forse dirai: io non sono ricco per davvero, quindi queste parole non mi riguardano.
    Fa’ attenzione. La domanda che i discepoli costernati hanno fatto a Cristo subito dopo questa sua affermazione è stata: “Chi si potrà dunque salvare?” . Essa dice chiaramente che queste parole erano rivolte un po’ a tutti.
    Anche uno che ha tutto lasciato per seguire Cristo può avere il cuore attaccato a mille cose. Anche un povero che bestemmia perché gli si tocca la bisaccia può essere un ricco davanti a Dio.

    Chiara Lubich

     

    Questa Parola di vita è stata pubblicata originariamente nel luglio 1979

    Ottobre 2009

     

    “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime” (Lc 21,19)

    Ottobre 2009



    […]
    “Perseveranza”. E’ questa la traduzione della parola originale greca, la quale però è ricca di contenuto: include anche pazienza, costanza, resistenza, fiducia.
    La perseveranza è necessaria e indispensabile quando si soffre, quando si è tentati, quando si è portati allo scoraggiamento, quando si è allettati dalle seduzioni del mondo, quando si è perseguitati.
    Penso che anche tu ti sia trovato in almeno una di queste circostanze ed abbia sperimentato che, senza perseveranza, avresti potuto soccombere. A volte forse hai ceduto. Ora magari, proprio in questo momento, ti trovi immerso in qualcuna di queste dolorose situazioni.
    Ebbene, che fare?
    Riprenditi, e… persevera.
    Altrimenti il nome di “cristiano” non ti si addice.
    Lo sai: chi vuol seguire Cristo deve prendere ogni giorno la sua croce, deve amare, almeno con la volontà, il dolore. La vocazione cristiana è una vocazione alla perseveranza.
    Paolo, l’Apostolo, mostra alla comunità la sua perseveranza come segno di autenticità cristiana.
    E non teme di metterla sul piano dei miracoli.
    Se si ama la croce poi e si persevera si potrà seguire Cristo che è in Cielo e quindi salvarsi.

    “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”

    Si possono distinguere due categorie di persone: quelle che sentono l’invito ad essere veri cristiani, ma quest’invito cade nelle loro anime come il seme su una pietraia. Tanto entusiasmo, simile a fuoco di paglia, e poi non rimane nulla.
    Le seconde invece accolgono l’invito, come un buon terreno accoglie il seme. E la vita cristiana germoglia, cresce, supera difficoltà, resiste alle bufere.
    Queste hanno la perseveranza e… “con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”

    Naturalmente, se vuoi perseverare non ti basterà appoggiarti solo sulle tue forze.
    Ti occorrerà l’aiuto di Dio.
    Paolo chiama Dio: “Il Dio della perseveranza” .
    E’ a Lui dunque che devi chiederla ed Egli te la darà.
    Perché se sei cristiano non ti può bastare l’essere stato battezzato o qualche sporadica pratica di culto e di carità. Ti occorrerà crescere come cristiano. E ogni crescita, in campo spirituale, non può avvenire se non in mezzo alle prove, ai dolori, agli ostacoli, alle battaglie.
    C’è chi sa perseverare per davvero: è colui che ama. L’amore non vede ostacoli, non vede difficoltà, non vede sacrifici. E la perseveranza è l’amore provato.
    […]
    Maria è la donna della perseveranza.
    Chiedi a Dio che ti accenda nel cuore l’amore per Lui; e la perseveranza, in tutte le difficoltà della vita, ti verrà di conseguenza, e con essa avrai salvato l’anima tua.

    “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”

    Ma c’è di più. La perseveranza è contagiosa. Chi è perseverante incoraggia anche gli altri ad andare fino in fondo.
    […]
    Puntiamo in alto. Abbiamo una sola vita e breve anche questa. Stringiamo i denti giorno dopo giorno, affrontiamo una difficoltà dietro l’altra per seguire Cristo… e salveremo le nostre anime.

    Chiara Lubich

    Parola di vita, giugno 1979, pubblicata per intero in Essere la Tua Parola. Chiara Lubich e cristiani di tutto il mondo, vol. II, Città Nuova, Roma 1982, pp.25-28.


     

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    “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33)

    Settembre 2009



     

    Tutto il Vangelo è una rivoluzione. Non c’è parola di Cristo che assomigli a quella degli uomini. Senti questa: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose (le necessità della vita) vi saranno date in aggiunta”
    La prima preoccupazione dell’uomo, in genere, è la ricerca ansiosa di ciò che è necessario per dare sicurezza alla sua esistenza. Forse è così anche per te. Ebbene Gesù ti mette di fronte al “suo” modo di vedere e ti offre un suo modo di agire. Ti domanda un comportamento totalmente diverso da quello usuale, e da tenersi non una sola volta, ma sempre. E’ questo: cercare prima il regno di Dio.
    Quando sarai orientato con tutto il tuo essere verso Dio e farai di tutto perché egli regni (cioè governi la tua vita con le sue leggi) dentro di te e negli altri, il Padre ti darà ciò di cui hai bisogno giorno per giorno.
    Se invece ti preoccupi innanzitutto di te stesso, finisci col curarti principalmente delle cose di questo mondo e cadi vittima di esse. Finisci col vedere nei beni di questa terra il “tuo” vero problema, il “fine” di tutti i tuoi sforzi. E ti nasce dentro la grave tentazione di contare unicamente sulle tue forze e di fare a meno di Dio.


    “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”

    Gesù capovolge la situazione. Se prima tua preoccupazione sarà Lui, vivere per Lui, allora il resto non costituirà più il problema principale della tua esistenza, ma una “aggiunta” o un “sovrappiù”.
    Utopia? Parola irrealizzabile per te, uomo moderno, oggi, in un mondo industrializzato dove vige la concorrenza e che è spesso in crisi economica? Ti ricordo semplicemente che le difficoltà concrete di sussistenza per la gente di Galilea, non erano molto minori quando Gesù pronunciò queste parole.
    Non è questione di utopia o meno, Gesù ti pone dinanzi all’impostazione fondamentale della tua vita: o vivi per te, o vivi per Dio.
    Ma cerchiamo ora di capire bene questa parola:

    “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

    Gesù non ti esorta all’immobilismo, alla passività per le cose terrene, ad una condotta irresponsabile o superficiale nel lavoro.
    Gesù vuole cambiare la “preoccupazione” in “occupazione”, togliendoti l’ansia, la paura, l’inquietudine.
    Egli dice infatti: “cercate ‘prima’ il regno…”.
    Il senso di “prima” è “sopra ogni cosa”. La ricerca del regno di Dio è messa al primo posto e non esclude che il cristiano debba anche occuparsi delle necessità della sua vita.

    “Cercare il regno di Dio e la sua giustizia”, poi, significa avere una condotta conforme alle esigenze di Dio manifestate da Gesù nel suo Vangelo.
    Soltanto cercando il regno di Dio, il cristiano sperimenterà la potenza meravigliosa del Padre in suo favore.
    Ti narro un episodio.
    E’ di tempo fa, eppure appare di una incredibile attualità. Conosco infatti numerosi ragazzi e giovani che si comportano ora come agiva quella ragazza.
    Si chiamava Elvira. Frequentava le magistrali. Era povera. Solo una media alta le poteva assicurare il proseguimento degli studi. Possedeva una fede forte. Il suo professore di filosofia era ateo, cosicché non di rado mostrava le verità su Cristo e sulla Chiesa sfocate, se non deformate. Il cuore della ragazza bolliva. Non per sé, ma per l’amore a Dio, alla verità e alle sue compagne. Pur conscia che contraddicendo il professore avrebbe potuto avere un cattivo voto, ciò che sentiva dentro era più forte di lei. Alzava la mano in ogni occasione, domandava la parola: “Non è vero, professore”. Forse qualche volta non avrà avuto tutti gli argomenti per controbattere le disquisizioni del professore, ma in quel “non è vero” c’era la sua fede, che è dono di verità e fa pensare.
    Le compagne, che l’amavano, cercavano di dissuaderla dai suoi interventi perché non le fossero dannosi. Ma non riuscivano.
    Passano alcuni mesi. E’ l’ora di distribuire la pagella. La ragazza la prende e trema. Poi un tuffo di gioia. Dieci! Il massimo voto.
    Aveva cercato innanzitutto che Dio e la sua verità regnassero e il resto era venuto in sovrappiù.

    “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”

    Se anche tu cercherai il regno del Padre, sperimenterai che Dio è Provvidenza per tutte le esigenze della tua vita. Scoprirai la normale straordinarietà del Vangelo.

    Chiara Lubich

    Pubblicata per la prima volta nel maggio 1979


    Così ha sofferto

     
    E' la descrizione degli atroci dolori sofferti da Gesù, durante la sua Passione, fatta da un grande studioso francese, il dott. Barbet che l'ha redatto sulla scorta dei Vangeli e della Sindone. Potrà essere un'efficacia e straordinaria meditazione.

    Io sono soprattutto un chirurgo; ho insegnato a lungo. Per tredici anni sono vissuto in compagnia di cadaveri; durante la mia carriera ho studiato a fondo l'anatomia. Posso dunque descrivere senza presunzione.

    Gesù entrato in agonia nel Getsemani - scrive l'evangelista Luca - pregava più intensamente. E diede in un sudare "come gocce di sangue" che cadevano fino a terra. Il solo evangelista che riporta il fatto è un medico, Luca. E lo fa con la precisione di un clinico. Il sudar sangue, o ematoidrosi, è un fenomeno rarissimo. Si produce in condizioni eccezionali: a provocarlo ci vuole una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale violenta causata da una profonda emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento, l'angoscia terribile di sentirsi carico di tutti i peccati degli uomini devono aver schiacciato Gesù.

    Tale tensione estrema produce la rottura delle finissime vene capillari che stanno sotto le ghiandole sudoripare, il sangue si mescola al sudore e si raccoglie sulla pelle; poi cola per tutto il corpo fino a terra.

    Conosciamo la farsa del processo imbastito dal Sinedrio ebraico, l'invito di Gesù a Pilato ed il ballottaggio fra il procuratore romano ed Erode. Pilato cede ed ordina la flagellazione di Gesù. I soldati spogliano Gesù e lo legano per i polsi ad una colonna dell'atrio. La flagellazione si effettua con delle strisce di cuoio multiple su cui sono fissate due palline di piombo  e degli ossicini. Le tracce della Sindone di Torino sono innumerevoli; la maggior parte delle sferzate è sulla spalla, sulla schiena, sulla regione lombare ed anche sul petto.

    I carnefici devono essere stati due, uno da ciascun lato, di ineguale corporatura. Colpiscono a staffilate la pelle, già alterata da milioni di microscopiche emorragie del sudor di sangue. La pelle si lacera e si spacca; il sangue zampilla.

    Ad ogni colpo Gesù trasale in un soprassalto di dolore. Le forze Gli vengono meno: un sudor freddo Gli imperla la fronte, la testa Gli gira in una vertigine di nausea, brividi Gli corrono lungo la schiena. Se non fosse legato molto in alto per i polsi, crollerebbe in una pozza di sangue. Poi lo scherno delle coronazione. Con lunghe spine, più dure di quelle dell'acacia, gli aguzzini intrecciano una specie di casco e glielo applicano sul capo. Le spine penetrano nel cuoio capelluto e lo fanno sanguinare (i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio capelluto).

    Dalla Sindone si rivela che un forte colpo di bastone, dato obliquamente, lasciò sulla guancia destra di Gesù un'orribile piaga contusa; il naso è deformato da una frattura dell'ala cartilaginea.

    Pilato, dopo aver mostrato quell'uomo straziato alla folla inferocita, glielo consegna per la crocifissione. Caricano sulle spalle di Gesù il grosso braccio orizzontale della croce; pesa una cinquantina di chili. Il palo verticale è già piantato sul Calvario. Gesù cammina a piedi scalzi per le strade dal fondo irregolare, cosparso di ciottoli. I soldati Lo tirano con le corde. Il percorso, fortunatamente, non è molto lungo, circa 600 metri. Gesù, a fatica, trascina un piede dopo l'altro; spesso cade sulle ginocchia. E la spalla di Gesù è coperta di piaghe. Quando Egli cade a terra, la trave Gli sfugge e Gli scortica il dorso.

    Sul Calvario ha inizio la crocifissione. I carnefici, spogliano il condannato; ma la Sua tunica è incollata alle piaghe e il toglierla è atroce. Avete mai staccato la garza di medicazione da una larga piaga contusa? Non avete sofferto voi stessi questa prova che richiede talvolta l'anestesia generale? Potete allora rendervi conto di che si tratta.

    Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto della carne viva: a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto dalle piaghe. I carnefici danno uno strappo violento. Come mai quel dolore atroce non provoca una sincope?

    Il sangue riprende a scorrere; Gesù viene disteso sul dorso. Le Sue piaghe si incrostano di polvere e di ghiaietta. Lo distendono sul braccio orizzontale della croce. Gli aguzzini prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi.

    Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato), lo appoggia sul polso di Gesù, con un colpo netto di martello glielo pianta e lo ribatte saldamente sul legno: orribile supplizio! Gesù deve avere spaventosamente contratto il volto. Nello stesso istante il suo pollice, con un movimento violento, si è posto in opposizione nel palmo della mano: il nervo mediano è stato leso. Si può immaginare ciò che Gesù deve aver provato: un dolore lancinante, acutissimo, che si è diffuso nelle dita, è passato, come una lingua di fuoco, nella spalla e Gli ha folgorato il cervello. E' il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quello dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Di solito provoca una sincope e fa perdere la conoscenza. In Gesù no. Almeno il nervo fosse stato tagliato netto!

    Invece (lo si constata spesso sperimentalmente) il nervo è distrutto solo in parte: la lesione del tronco nervoso rimane in contatto col chiodo: quando il corpo sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di violino teso sul ponticello. Ad ogni scossa, ad ogni movimento, vibrerà risvegliando dolori strazianti. Un supplizio che durerà tre ore.

    Il carnefice ed il suo aiutante impugnano le estremità della trave; sollevano Gesù mettendoLo prima seduto e poi in piedi; quindi facendoLo camminare indietro, Lo addossano al palo verticale. Poi rapidamente incastrano il braccio orizzontale della croce sul palo verticale. Le spalle della vittima hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido. Le punte taglienti della grande corona di spine vi hanno lacerato il cranio. La povera testa di Gesù è inclinata in avanti, poichè lo spessore del casco di spine le impedisce di appoggiarsi al legno. Ogni volta che il martire solleva la testa, riprendono le fitte acutissime.

    Gli inchiodano i piedi.

    E' mezzogiorno. Gesù ha sete. Non ha bevuto dalla sera precedente. I lineamenti sono tirati, il volto è una maschera di sangue. La bocca è semiaperta ed il labbro inferiore comincia a pendere. La gola, secca, Gli brucia, ma Egli non può deglutire. Ha sete. Un soldato Gli tende, sulla punta della canna, una spugna imbevuta di bevanda acidula, in uso tra i militari. Tutto ciò è una tortura atroce.

    Uno strano fenomeno si produce sul corpo di Gesù. I muscoli delle braccia si irrigidiscono in una contrazione che va accentuandosi: i deltoidi, i bicipidi sono tesi e rilevati, le dita si incurvano. Si direbbe un ferito colpito da tetano, in preda a quelle orribili crisi che non si possono descrivere. E' ciò che i medici chiamano tetania, quando i crampi si generalizzano: i muscoli dell'addome si irrigidiscono in onde immobili; poi quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori. Il respiro si è fatto, a poco a poco, più corto. L'aria entra con un sibilo, ma non riesce più ad uscire. Gesù respira con l'apice dei polmoni. Ha sete di aria: come un asmatico in piena crisi, il suo volto pallido a poco a poco diventa rosso, poi trascolora nel violetto purpureo ed infine nel cianotico.

    Gesù, colpito da asfissia, soffoca. I polmoni, gonfi d'aria, non possono più svuotarsi. La fronte è imperlata di sudore, gli occhi escono fuori dall'orbita. Che dolori atroci devono aver martellato il Suo cranio!

    Ma cosa avviene? Lentamente con uno sforzo sovrumano, Gesù ha preso un punto di appoggio sul chiodo dei piedi. Facendosi forza, a piccoli colpi, si tira su alleggerendo la trazione delle braccia. I muscoli del torace si distendono. La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano ed il viso riprende il pallore primitivo.

    Perchè questo sforzo? Perchè Gesù vuole parlare: "Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno".

    Dopo un istante il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l'asfissia riprende. Sono state tramandate sette frasi pronunciate da Lui in croce: ogni volta che vuol parlare, dovrà sollevarsi tenendosi ritto sui chiodi dei piedi: inimmaginabile!

    Sciami di mosche, grosse mosche verdi e blu, ronzano attorno al suo corpo; gli si accaniscono sul viso, ma Egli non può scacciarle. Dopo un pò, il cielo si oscura, il sole si nasconde: d'un tratto la temperatura si abbassa.

    Fra poco saranno le tre del pomeriggio. Gesù lotta sempre: di quando in quando si solleva per respirare. E' l'asfissia periodica dell'infelice che viene strozzato. Una tortura che dura tre ore.

    Tutti i Suoi dolori, la sete, i crampi, l'asfissia, le vibrazioni dei nervi mediani, Gli hanno strappato un lamento: "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?".

    Ai piedi della croce stava la Madre di Gesù. Potete immaginare quale strazio Ella provò?

    Gesù grida: "Tutto è compiuto!".

    Poi a gran voce dice: "Padre, nelle Tue mani raccomando il mio Spirito".

    E muore.

    SANTA MARIA MADDALENA

     

    CELEBRATA dalla liturgia bizantina e latina il 22 luglio, Maria Maddalena, è la prima testimone della Risurrezione e colei che reca l’annuncio agli apostoli (Apostola Apostolorum).

    Nell’icona (foto) "Noli me tangere" santa Maria Maddalena, avvolta nel manto rosso, simbolo della carità, si accosta a Cristo che si allontana dicendo: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20, 17).

    Il corpo di Cristo avvolto dalla luce porta i segni della Passione. Nella mano destra Egli reca l’elenco dei morti strappati agli inferi (chirografo). La pianta d’ulivo che cresce sulla tomba vuota indica la vittoria della vita sulla morte.

    La liturgia bizantina nel celebrarla quale santa mirofora, pari agli apostoli, così recita: «Hai portato unguenti profumati al Cristo deposto nel sepolcro, che su tutti i morti esalava il profumo della risurrezione; e, vedendolo per prima, lo hai adorato piangendo, o Maria teòfora. Supplica dunque perché siano donate alle anime nostre la pace e la grande misericordia. Vedendo il Cristo inchiodato alla croce, piangevi, o Maddalena, e gridavi: Che spettacolo è questo? Può morire la vita? La creazione vedendo si scuote, e si oscurano gli astri! Supplica dunque perché siano donate alle anime nostre la pace e la grande misericordia.

    Sei stata riempita di grande intelligenza e di vera scienza stando col Creatore, o Maria gloriosa, e hai annunciato ai popoli i suoi patimenti e la sua condiscendenza, o celebratissima. Supplica dunque, perché siano donate alle anime nostre la pace e la grande misericordia».

    Tiziana M. Di Blasio,

    storica della Chiesa

    I sette peccati capitali - L'ACCIDIA

     
    Il dizionario così definisce l'accidia: "incuria, indolenza, prigrizia".
    Nel linguaggio teologico si applicca alla pigrizia nelle cose spirituali, ma anche all'apatia ed inattività nel praticare il nostro Cristianesimo.
    La Bibbia indica che il peccato di pigrizia genera un tipo negativo di vita stagnante ed improduttiva che rende le persone indegne di essere seguaci di Cristo. La pigrizia spirituale non è solo un peccato contro Dio, ma contro se stessi. Essa dà misura della distanza esistente tra quello che dovremmo essere e quello che realmente siamo.
    La pigrizia annulla le occasioni favorevoli che si presentano nella nostra vita ed uccide l'anima. Non è necessario fare qualcosa di male per essere perduti. Basta essere pigri nei riguardi della propria anima. Nella parabola dei talenti il servo indolente viene castigato per non aver fatto nulla per far fruttare il talenti ricevuto. Anche il peccato principale delle vergine stolte non è l'immortalità, la menzogna o l'inganno, ma l'indolenza. Esse trascurano di fornirsi di olio e vengono condannate per la pigrizia e l'infedeltà. Come ha ben detto qualcuno: "Non è quello che fai, amico, ma quello che lasci incompiuto che ti addolora al calar del sole".
    La parola di incoraggiamento che avremmo potuto rivolgere ad un amico abbattuto, l'atto servizievole che avrebbe potuto rendere più leggero il carico di qualcuno, quel pò di denaro spinto amorevolmente nella mano del bisognoso, rappresentano le cose trascurate che procurano il rimorso e privano gli altri dell'aiuto di cui hanno bisogno. Quando per pigrizia non compiamo quell'atto di amore, risuonano alle nostre orecchie le parole di condanna di Gesù: "In quanto non l'avete fatto ad uno di questi piccoli, non l'avete fatto neppure a me".
    Molte persone mostrano pigrizia quando si tratta di andare in chiesa. Amano dormire a lungo la domenica o fare una gita in macchina. Ad altre piace restare sedute a casa ed ascoltare la messa trasmessa in tv e pensano così di assolvere ai propri doveri religiosi.
    Altri invece dimostrano pigrizia nella loro vita di preghiera preferendo prolungare il sonno al mattino, senza che così si possa disporre di almeno dieci minuti per pregare il Signore. Non prepariamo la nostra mente per il tempo che dobbiamo trascorrere in preghiera. Concediamo a Dio qualche momento libero o gli ultimi istanti prima di andare a letto.
    Molti ancora sono pigri nella lettura della Bibbia. La Parola di Dio insegna a desiderare il "puro latte spirituale" per crescere verso la salvezza. Il salmista amava meditare la legge di Dio giorno e notte e le parole di Dio erano come miele per il suo cuore. Molti sono privi di ogni gioia: questo avviene perchè non attingono alla ricchezza delle Scritture.
    Altri ancora sono pigri nella testimonianza cristiana. Da quanto tempo non parlate di Cristo ad una persona? Ogni giorno veniamo a contatto con persone che hanno bisogno di conoscere la salvezza di Gesù e tuttavia mai una parola sfugge dalle nostre labbra per cercare di concquistarle a Cristo.
    Il peccato di pigrizia e la colpevole negligenza spirituale contribuiscono a popolare l'inferno quanto i più terribili ed odiosi peccati. Il peggiore effetto della pigrizia è il privare l'uomo della ragione spirituale, della forza della decisione cristiana. Egli può evidentemente assentire mentalmente alla verità, può perfino conoscere la dottrina religiosa, ma è incapace di un'azione positiva. La strada gli è chiara, ma la pigrizia intorpidisce la sua volontà impedendogli qualsiasi assunzione di responsabilità.
    La vita eterna è alla portata di tutti. Il Salvatore è vicino a noi nella misura nella quale la nostra volontà cede a Lui. Solo lo spirito pigro ed ostinato è il più grande ostacolo che si frappone al Suo ingresso nel nostro cuore.
     
    Fonte: Gazzetta del sud
     

    UMANIZZARE LE "NUOVE TECNOLOGIE"

     

    LA comunicazione odierna è fortemente segnata dalla rapidità e dal continuo perfezionamento del ciclo di innovazione tecnologica che, se da un lato esige la fatica di una continua e affannosa rincorsa all'aggiornamento, dall’altro offre nuovi spazi comunicativi e nuovi modi di rapportarci agli altri. Flickr, msn, avatar sono solo gli ultimi termini che abbiamo dovuto imparare a conoscere per sentirci in tono con quello che succede. Fermo restando che non abbiamo ancora del tutto assimilato parole come: Youtube, mp3, ipod, chatroom, blog, sms, mms, tag.

    Personalmente sono stato sempre molto incuriosito dalle potenzialità, e dai pericoli dell’avatar. Questo termine deriva dalla religione Hindu. Nel mondo della Rete sta ad indicare più semplicemente l’aspetto e l’identità assunta nei giochi o nelle chat grafiche. Più estensivamente l’avatar è l’alter ego virtuale di una persona. Con questa tecnica, ad esempio, quasi sette milioni di persone si sono create oggi su Internet una vita parallela a quella reale, vivono cioè una "seconda vita" sociale – che magari ritengono rispecchi meglio le proprie potenzialità mai attuate nella vita reale – negli esercizi commerciali, nei caffè, nelle strade e nelle piazze virtuali di "Second Life".

    Ma, come si può facilmente intuire, anche questi nuovi mezzi, pur capaci di attivare circuiti multidirezionali di comunicazione, oltre a creare un divario tra la parte tecnologicamente istruita del Paese e quella che non ha accesso all’alfabetizzazione informatica, non sono scevri da concreti pericoli di devianze sociali importate tali e quali dal mondo reale.

    Da qui nasce l’invito del Papa, nel messaggio della giornata odierna delle comunicazioni sociali, a vigilare sulla responsabilità che siamo tutti chiamati ad assumerci quando ci immergiamo nei mondi virtuali delle nuove tecnologie. Tra queste ce ne sono alcune che ci riguardano da vicino, come il cellulare, la Rete, Youtube, i blogs. L’invito è di usarle come strumenti positivi che promuovono l’uomo e la vita, incoraggiano il rispetto di noi stessi e di chi ci sta accanto, favoriscono l’amicizia e il dialogo.

    Tarcisio Cesarato, massmediologo

    Ai fanciulli di prima comunione

    Domani, 10 maggio 2009,
    la nostra comunità vivrà uno dei momenti più importanti tra quelli che scandiscono la vita parrocchiale. Si presenterà,infatti, alla Mensa del Signore, il primo gruppo di fanciulli che, quest'anno riceverà la prima comunione aprendo la strada ai gruppi delle successive tre domeniche.
    Il parroco,le catechiste, i genitori e ogni singolo parrocchiano hanno, in questi anni di preparazione, contribuito a far acquisire la gioia e la consapevolezza che domani accompagnerà questi fanciulli sull'altare.
    L'augurio che vogliamo fare a questi fanciulli e alle loro famiglie,in questo giorno di festa, è che questa stessa gioia e questa stessa consapevolezza li accompagni per tutta la vita essendo per loro sostegno nelle scelte e conforto nei momenti difficili.
    L'intera comunità di San Giuseppe gioisce con voi e per voi.
     

    Il fabbro preso a martellate dalla vita

     

     
    Si racconta di un fabbro che, dopo una gioventù piena di vizi, decise di dare una svolta alla sua inutile esistenza: Dio divenne l'unico punto di riferimento della sua vita. Per molti anni lavorò con onestà e correttezza, praticò il bene ed il senso del dovere; però, malgrado tutta questa sua dedizione, sembrava che nulla andasse per il verso giusto nella sua vita, al contrario, i suoi problemi ed i suoi debiti crescevano di giorno in giorno.
    una bellissima sera, un amico che era andato a trovarlo, e che provava compassione per questa sua situazione difficile, gli disse: "E' realmente molto strano che, dopo aver deciso di cambiare la tua vita e diventare un uomo timorato di Dio, non te ne vada una dritta...".
    Il fabbro non rispose subito, aveva riflettuto su queste cose parecchie volte, senza capire il senso di quanto stava accandendo nella sua vita, però, siccome voleva rispondere al suo amico, cominciò a parlare e finì per trovare la spiegazione che cercava.
    Ecco cosa disse il fabbro: "In questa officina io ricevo il ferro prima di essere lavorato e devo trasformarlo in spade. Sai tu come si fanno le spade? Prima si scalda il ferro ad una caloria infernale fin che non diventa di un rosso vivi, subito dopo, senza nessuna pietà, prendo la mazza più pesante che ho e comincio a martellarlo parecchie volte finché il pezzo non prende la forma desiderata; subito dopo lo immergo dentro un secchio pieno di acqua fredda e tutta l'officina si riempe di rumore e di vapore, perchè il pezzo molto caldo immerso nell'acqua fredda scoppietta a causa del repentino cambiamento di temperatura. E devo ripetere quest'operazione parecchie volte se voglio ottenere una lama perfetta, una sola volta non è sufficiente!".
    Il fabbro fece una lunga pausa e poi proseguì: " A volte il ferro che ho tra le mie mani non sopporta questo trattamento. Il calore, le martellate e l'acqua fredda lo riempiono di screpolature. Ed è in questo momento che mi rendo conto che mai si trasformerà in una bella lama di spada ed è allora che lo butto in una montagna di ferri vecchi che tu vedi all'ingresso della mia officina".
    Fece un'altra pausa ed il fabbrò così terminò: "So che Dio mi sta mettendo nel fuoco della sofferenza. Accetto le martellate che la vita mi dà ed a volte mi sento tanto freddo ed insensibile come l'acqua che fa soffrire l'acciaio. Però, l'unica cosa che penso è: Dio mio, non smettere, fintanto che non riesco a prendere la forma che ti aspetti da me. Fammela prendere nella maniera che ti sembra migliore, impiegaci tutto il tempo che vuoi, però per favore, non mi buttare mai nel mucchio dei ferri vecchi che non servono più a niente!".

    DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

     

    "Desidero che la prima domenica dopo Pasqua sia la Festa della Mia Misericordia. Figlia Mia, parla a tutto il mondo della Mia incommensurabile Misericordia! L'Anima che in quel giorno si sarà confessata e comunicata, otterrà piena remissione di colpe e castighi. Desidero che questa Festa si celebri solennemente in tutta la Chiesa." (Gesù a S. Faustina)




    E' la più importante di tutte le forme di devozione alla Divina Misericordia. Gesù parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina a Płock nel 1931, quando le trasmetteva la sua volontà per quanto riguardava il quadro: "Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l'immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia" (Q. I, p. 27). Negli anni successivi - secondo gli studi di don I. Rozycki - Gesù è ritornato a fare questa richiesta addirittura in 14 apparizioni definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e di celebrarla come pure le grazie ad essa legate.
    La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: "Ora vedo che l'opera della Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia richiesta dal Signore" (Q. I, p. 46). Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo.
    Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l'istituzione della festa: "Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (...). Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre" (Q. II, p. 345).
    La preparazione alla festa deve essere una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia. Questa novena è stata desiderata da Gesù ed Egli ha detto a proposito di essa che "elargirà grazie di ogni genere" (Q. II, p. 294).
    Per quanto riguarda il modo di celebrare la festa Gesù ha espresso due desideri:
    - che il quadro della Misericordia sia quel giorno solennemente benedetto e pubblicamente, cioè liturgicamente, venerato;
    - che i sacerdoti parlino alle anime di questa grande e insondabile misericordia Divina (Q. II, p. 227) e in tal modo risveglino nei fedeli la fiducia.
    "Sì, - ha detto Gesù - la prima domenica dopo Pasqua è la festa della Misericordia, ma deve esserci anche l'azione ed esigo il culto della Mia misericordia con la solenne celebrazione di questa festa e col culto all'immagine che è stata dipinta" (Q. II, p. 278).
    La grandezza di questa festa è dimostrata dalle promesse:
    - "In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene" (Q. I, p. 132) - ha detto Gesù. Una particolare grazia è legata alla Comunione ricevuta quel giorno in modo degno: "la remissione totale delle colpe e castighi". Questa grazia - spiega don I. Rozycki - "è qualcosa di decisamente più grande che la indulgenza plenaria. Quest'ultima consiste infatti solo nel rimettere le pene temporali, meritate per i peccati commessi (...). E' essenzialmente più grande anche delle grazie dei sei sacramenti, tranne il sacramento del battesimo, poiché‚ la remissione delle colpe e dei castighi è solo una grazia sacramentale del santo battesimo. Invece nelle promesse riportate Cristo ha legato la remissione dei peccati e dei castighi con la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia, ossia da questo punto di vista l'ha innalzata al rango di "secondo battesimo". E' chiaro che la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia deve essere non solo degna, ma anche adempiere alle fondamentali esigenze della devozione alla Divina Misericordia" (R., p. 25). La comunione deve essere ricevuta il giorno della festa della Misericordia, invece la confessione - come dice don I. Rozycki - può essere fatta prima (anche qualche giorno). L'importante è non avere alcun peccato.
    Gesù non ha limitato la sua generosità solo a questa, anche se eccezionale, grazia. Infatti ha detto che "riverserà tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia", poiché‚ "in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto" (Q. II, p. 267). Don I. Rozycki scrive che una incomparabile grandezza delle grazie legate a questa festa si manifesta in tre modi:
    - tutte le persone, anche quelle che prima non nutrivano devozione alla Divina Misericordia e persino i peccatori che solo quel giorno si convertissero, possono partecipare alle grazie che Gesù ha preparato per la festa;
    - Gesù vuole in quel giorno regalare agli uomini non solo le grazie salvificanti, ma anche benefici terreni - sia alle singole persone sia ad intere comunità;
    - tutte le grazie e benefici sono in quel giorno accessibili per tutti, a patto che siano chieste con grande fiducia (R., p. 25-26).
    Questa grande ricchezza di grazie e benefici non è stata da Cristo legata ad alcuna altra forma di devozione alla Divina Misericordia.
    Numerosi sono stati gli sforzi di don M. Sopocko affinché‚ questa festa fosse istituita nella Chiesa. Egli non ne ha vissuto però l'introduzione. Dieci anni dopo la sua morte, il card. Franciszek Macharski con la Lettera Pastorale per la Quaresima (1985) ha introdotto la festa nella diocesi di Cracovia e seguendo il suo esempio, negli anni successivi, lo hanno fatto i vescovi di altre diocesi in Polonia.
    Il culto della Divina Misericordia nella prima domenica dopo Pasqua nel santuario di Cracovia - Lagiewniki era già presente nel 1944. La partecipazione alle funzioni era così numerosa che la Congregazione ha ottenuto l'indulgenza plenaria, concessa nel 1951 per sette anni dal card. Adam Sapieha. Dalle pagine del Diario sappiamo che suor Faustina fu la prima a celebrare individualmente questa festa, con il permesso del confessore.

     

    fonte: Santi e Beati


    I tre alberi


     

    C'erano una volta, in cima ad una montagna, tre alberelli che sognavano quello che avrebbero fatto da grandi.
    Il primo guardò le stelle che brillavano come diamanti al disopra di lui. "Io voglio custodire un tesoro, disse. Voglio essere ricoperto d'oro e voglio essere tempestato di pietre preziose. Sarà lo scrigno più bello del mondo".
    Il secondo albero guardò il piccolo ruscello che scorreva scintillando verso l'oceano. "Io voglio essere un gran veliero, disse. Voglio navigare su vasti oceani e trasportare re potenti. Sarò la nave più forte del mondo".
    Il terzo alberello guardò nella vallata sottostante e vide la città dove uomini e donne si affaccendavano. "Io non lascerò mai questa montagna, disse. Voglio diventare così alto che, quando la gente si fermerà per guardarmi, alzerà gli occhi al cielo e penserà a Dio. Sarò l'albero più grande del mondo".
    E passarono gli anni. Caddero le piogge, brillò il sole e gli alberelli divennero grandi. Un giorno tre boscaioli salirono sulla montagna.
    Il primo boscaiolo guardò il primo albero e disse: "E' un bell'albero. E' perfetto." In un lampo, con un colpo di accetta, il primo albero cadde. Pensò dentro di sè: "Sto per diventare un magnifico scrigno! Custodirò uno splendido tesoro."
    Il secondo boscaiolo guardò il secondo albero e disse: "Un albero vigoroso. Proprio quello che andavo cercando." In un batter d'occhio, con un colpo di accetta, il secondo albero cadde. "Navigherò ormai su vasti oceani, pensò il secondo albero. Diventerò una grande nave, degna dei re."
    Il terzo albero si sentì venir meno quando il boscaiolo lo guardò. "Qualsiasi albero mi va bene", disse. E in un attimo, con un colpo di accetta, il terzo albero cadde.
    Il primo albero si rallegrò quando il boscaiolo lo portò dal carpentiere, ma questi era davvero troppo occupato perchè gli venisse in mente di pensare ci fabbricare degli scrigni! E, con le mani callose, trasformò l'albero in una mangiatoia per gli animali. Così, l'albero che un tempo era stato bellissimo, non era nè ricoperto d'oro, nè ripieno di tesori. Era ricoperto di segatura e pieno di fieno per nutrire gli animali affamati della fattoria.
    Il secondo albero sorrise quando il boscaiolo lo trasportò verso il cantiere navale ma, quel giorno, a nessuno sarebbe venuto in mente di mettersi a costruire un veliero. A forza di martellate e di lavoro di sega, l'albero fu trasformato in una semplice barca da pesca. Troppo piccolo, troppo fragile per navigare su un vasto oceano e perfino su un fiume, fu portato su un laghetto. Tutti i giorni trasportava carichi di pesci morti, dal pessimo odore.
    Il terzo albero divenne molto triste quando il boscaiolo lo tagliò per trasformarlo in grosse travi che accatastò nel cortile. "Ma che è successo?, si chiese l'albero che un tempo era stato molto grande. Io desideravo soltanto di rimanermene sulla montagna e di pensare a Dio!"
    Passarono molti giorni e molte notti. I tre alberi dimenticarono quasi i loro sogni...
    Ma, una notte, la luce d'una stella dorata illuminò il primo albero, proprio mentre una giovane donna deponeva il suo neonato in una mangiatoia. "Avrei proprio desiderato fargli una culla...", mormorò il marito. La madre strinse la mano del padre e sorrise mentre la luce della stella brillava sul legno ben levigato. "Questa mangiatoia è magnifica", disse. E subito il primo albero seppe che custodiva il tesoro più prezioso del mondo.
    Altri giorni e altre notti passarono... ma una sera un viandante stanco ed i suoi amici si ammassarono nella vecchia barca del pescatore. Mentre il secondo albero vogava tranquillamente sul lago, il viandante si addormentò. Scoppiò all'improvviso il temporale e si alzò la tempesta. L'alberello fu preso da un tremito. Era consapevole che, con quel vento e quella pioggia, non avrebbe avuto la forza di trasportare in salvo tante persone!
    Il viandante si svegliò. Allargò le braccia e dìsse: "Pace!" La tempesta si calmò con la stessa rapidità con cui era scoppiata.
    E subito il secondo albero seppe che stava trasportando il re dei cieli e della terra.
    Qualche tempo dopo, un venerdì mattina, il terzo albero fu molto sorpreso quando le sue travi furono cavate fuori dal mucchio di legna dimenticata. Trasportato in mezzo alle grida di una folla irritata e beffarda, rabbrividì quando i soldati inchiodarono su di lui le mani di un uomo. Si sentì orribile e crudele.
    Ma la domenica mattina, quando il sole si alzò e la terra tutta intera vibrò d'una gioia immensa, il terzo albero seppe che l'amore di Dio aveva tutto trasformato.
    Aveva reso il primo albero bello. Aveva reso il secondo albero forte. E, ogni volta che la gente avesse pensato al terzo albero, avrebbe pensato a Dio. E questo era molto meglio che essere il più grande albero del mondo.

     

     

    Alla fine dei tempi

     

      

    Alla fine dei tempi, miliardi di persone furono portate su di una grande pianura davanti al trono di Dio. Molti indietreggiarono davanti a quel bagliore. Ma alcuni in prima fila parlarono in modo concitato. Non con timore reverenziale, ma con fare provocatorio.
    "Può Dio giudicarci? Ma cosa ne sa lui della sofferenza?", sbottò una giovane donna. Si tirò su una manica per mostrare il numero tatuato di un campo di concentramento nazista. "Abbiamo subìto il terrore, le bastonature, la tortura e la morte!".
    In un altro gruppo un giovane nero fece vedere il collo. "E che mi dici di questo?", domandò mostrando i segni di una fune. "Linciato. Per nessun altro crimine se non per quello di essere un nero".
    In un altro schieramento c'era una studentessa in stato di gravidanza con gli occhi consumati. "Perché dovrei soffrire?", mormorò. "Non fu colpa mia".
    Più in là nella pianura c'erano centinaia di questi gruppi. Ciascuno di essi aveva dei rimproveri da fare a Dio per il male e la sofferenza che Egli aveva permesso in questo mondo.
    Come era fortunato Dio a vivere in un luogo dove tutto era dolcezza e splendore, dove non c'era pianto né dolore, fame o odio. Che ne sapeva Dio di tutto ciò che l'uomo aveva dovuto sopportare in questo mondo? Dio conduce una vita molto comoda, dicevano.
    Ciascun gruppo mandò avanti il proprio rappresentante, scelto per aver sofferto in misura maggiore. Un ebreo, un nero, una vittima di Hiroshima, un artritico orribilmente deformato, un bimbo cerebroleso. Si radunarono al centro della pianura per consultarsi tra loro. Alla fine erano pronti a presentare il loro caso. Era una mossa intelligente.
    Prima di poter essere in grado di giudicarli, Dio avrebbe dovuto sopportare tutto quello che essi avevano sopportato. Dio doveva essere condannato a vivere sulla terra.
    "Fatelo nascere ebreo. Fate che la legittimità della sua nascita venga posta in dubbio. Dategli un lavoro tanto difficile che, quando lo intraprenderà, persino la sua famiglia pensi che debba essere impazzito. Fate che venga tradito dai suoi amici più intimi. Fate che debba affrontare accuse, che venga giudicato da una giuria fasulla e che venga condannato da un giudice codardo. Fate che sia torturato. Infine, fategli capire che cosa significa sentirsi terribilmente soli. Poi fatelo morire. Fatelo morire in un modo che non possa esserci dubbio sulla sua morte. Fate che ci siano dei testimoni a verifica di ciò".
    Mentre ogni singolo rappresentante annunciava la sua parte di discorso, mormorii di approvazione si levavano dalla moltitudine delle persone riunite.
    Quando l'ultimo ebbe finito ci fu un lungo silenzio. Nessuno osò dire una sola parola. Perché improvvisamente tutti si resero conto che Dio aveva già rispettato tutte le condizioni.

     

    Autore: Bruno Ferrero - Libro: Solo il Vento lo sa

    Ricevo e inoltro, sperando faccia riflettere anche voi....

    E' il pomeriggio
    di un venrdì tipico e stai
    guidando fino alla tua casa.
    Sintonizzi la radio. Il notiziario racconta una cosa di poca importanza:
    in un paese lontano sono morte 3 persone di una qualche influenza che mai prima si era vista.
    non gli dai molta attenzione a questa notizia...
    IL lunedì quando ti svegli, senti che non sono più 3, sono 30000 persone che sono morte tra le colline remote dell'India.
    Persone del contollo della sanità degli Stati Uniti, sono andati a investigare.

    Il Martedì diventa la notizia più importante della prima pagina del giornale, perchè ormai non è solo l'India ma anche il Pakistan, Irán e Afganistán e velocemente la notizia esce in tutti i notiziari. La stanno chiamando
    "L'influenza misteriosa" e tutti si domandano: Come la controlleremo?
    C'è panico in Europa e si chiudono le frontiere. Senti al telegiornale la traduzione di una donna che racconta di un uomo trovato morto nell'ospedale per l'influenza misteriosa.
    I telegiornali dicono, che quando hai il virus, per una settimana non ti rendi conto di averla. Dopo hai 4 giorni di dolori terribili e allora muori.
    L'Inghilterra anche chiude le frontiere, però è tardi. L'indomani il presidente degli Stati Uniti, chiude le frontiere, per evitare il contagio nel paese, fino a quando non avranno incontrato la cura...
    Il giorno seguente la gente si riunisce nelle chiese per pregare per una cura ed entra qualcuno dicendo "Prendete la radio e ascoltate la notizia!!":
    2 donne sono morte a New York. Ormai sembra che l'influenza abbia contagiato il mondo.

    Gli scienziati continuano cercando l'antidoto, però niente sembra funzionare. Presto arriva la notizia tanto aspetta: Si è decifrato il codice del DNA del virus. Si può fare l'antidoto.
    C'è bisogno del sangue di qualcuno che non sia stato infettato e subito corre la notizia che tutti corrino all'ospedale più vicino per fare degli esami del sangue.

    vai di tua volontà e porti la tua famiglia, insieme ai tuoi vicini, domandandoti: che succederà? Sarà così che finirà il mondo?...
    All'ospedale, dopo gli esami, esce un dottore gridando un nome. Il più piccolo dei tuoi figli è vicino a te, Ti afferra per il giacchetto e dice: Papà? è il mio nome. Prima che puoi reagire ti tolgono tuo figlio e tu gridi: ASPETTA!... E loro rispondono: tutto andrà bene, il suo sangue è pulito, il suo sangue è puro.
    Dopo 5 minuti i dottori escono gridando e ridendo. E' la prima volta che vedi ridere qualcuno dopo una settimana. Il dottore più anziano si avvicina a te e dice: Grazie, signore!, il sangue di suo figlio è puro, si può fare l'antidoto...
    La notizia corre da tutte le parti, la gente piange e grida di felicità.

    Allora il dottore si avvicina a te e alla tua moglie e dice: Possiamo parlargli per un momento? E' che non sapevamo che il donatore sarebbe stato un bambino e abbiamo bisogno che firmiate queste carte per dare il sangue. Mentre leggi il foglio ti rendi conto che non è specificata la quantità di sangue e chiedi: Quanto sangue?...
    Il sorriso del dottore sparisce e risponde: Non pensavamo che sarebbe stato un bambino. Non eravamo preparati. Lo dobbiamo usare tutto!...
    Non ci credi e cerchi di reclamare:
    "Però, Però...". Il dottore continua insistendo, "Non caisci, stiamo parlando della cura per tutto il mondo. Perfavore firmi, ne abbiamo bisogno di tutto il sangue .. Tu chiedi: però non potete fare una transfusione? E la risposta è: se troveremo sangue puro lo faremo...

    firmerai?. Perfavore?...Firma!!....
    In silenzio e senza sentire più le dita della mano che stringevano la penna, FIRMI. Ti domandano "Vuoi vedere a tuo figlio?"
    Cammini fino alla sala di emergenza dove sta tuo figlio seduto dicendo: Papà!, Mamma! che succede? Prendi la sua mano e gli dici: Figlio, Tua madre e io ti amiamo tantissimmo, ti amiamo e mai permetteremo che ti avvenga qualcosa che non sia necessario, capisci questo? E quando il dottore ritorna e dice: "Mi dispiace ma dobbiamo incominciare, persone in tutto il mondo stanno morendo"...
    Tu te ne saresti andato? Avresti potuto voltare le spalle e lasciare tuo filgio lì?... Mentre lui ti dice Papà?, Mamma? perchè mi abbandonate?..
    La settimana dopo, mentre stai facendo unacerimonia per onorare tuo figlio, c'è qualcuno che dorme a casa sua, altri non sono venuti perchè preferivano andare a passeggiare o vedere una partita di calcio e altri vengono alla cerimonia, Con un sorriso falso facendo finta di importargli.
    Vorresti fermare tutto e gridare: Mio figlio è morto per voi!!!! Per caso non vi importa?...
    A volte è questo quello che Dio ci vuole dire: "Mio figlio è morto per voi, e non riuscite a capire quanto vi amò?
    E' curioso vedere come è semplice per le persone rifiutare Dio, e dopo chiedersi perchè il mondo va di male in peggio.
    E' curioso vedere come crediamo a quello che è scritto sul giornale, però contestiamo quello che è scritto sulla Bibbia.
    E' curioso come ci sforziamo giorno dopo giorno accumulando beni terreni e non ci dedichiamo neanche un minuto a fare tesoro delle cose celestiali.
    E' curioso come qualcuno dice: "Io credo in Dio", però con le sue azioni dimostra che segue altri scopi.
    E' curioso come la lussuria, cruda, volgare e oscena passa liberamente attraverso lo Ciber-Spazio, Peò la discussione su Gesù è soffocata nelle scuole e nei posti di lavoro.
    E' CURIOSO, VERO??
    Più curioso è vedere un cristiano così fermente la domenica, pero essere un cristiano invisibile il resto della settimana.
    E' curioso che noi ci preoccupiamo di quello che la gente pensi, piuttosto di quello che DIO pensi di noi

    MARGHERITA DA CORTONA

     
    Margherita (1247-1297) nacque a Laviano da umile famiglia.
    Orfana di madre, la sua giovinezza fu segnata dall’incontro con un giovane nobile con il quale convisse 9 anni e dal quale ebbe un figlio.
    Alla morte di lui, emarginata per aver infranto le regole sociali, iniziò un percorso di conversione sotto la guida spirituale dei Frati Minori di Cortona e divenne terziaria ed oblata francescana.
    È definita "la terza luce dell’Ordine" dopo Francesco e Chiara.
    Donna mistica, ma anche di azione, coraggiosa e anticonvenzionale, impegnata nell’assistenza dei poveri e delle donne, fondò l’Ospedale della Misericordia. Ricercata per consiglio, fu attenta alla vita pubblica e, nelle contese tra guelfi e ghibellini, fu operatrice di pace.
    Fu canonizzata il 17 maggio 1728 da papa Benedetto XIII con l’appellativo di Nova Magdalena.
    Giovanni Paolo II, durante la sua visita al santuario di Cortona (23 maggio 1993), ebbe a dire: «Giovane di rara bellezza, divenne donna di incomparabile fascino interiore grazie ai mistici doni soprannaturali di cui Cristo la rivestì… È impossibile non rimanere ammirati di fronte alla straordinaria forza di rinnovamento morale, culturale, civile che sprigiona da questa donna del popolo, assurta alle alte vette della santità».

    11 febbraio: 17a Giornata mondiale del malato - EDUCARE ALLA SALUTE EDUCARE ALLA VITA

     
    OGGI, grazie alle migliorate condizioni economiche e ai progressi della medicina è stato fatto molto per la tutela della salute, almeno nei paesi occidentali; si pensi, ad esempio, alla riduzione della mortalità materno-infantile nel parto e nel puerperio, alla pratica della vaccinazione e al controllo di tante malattie infettive.
    Anche in forza di ciò, si tende a considerare la salute fisica come qualcosa di scontato o di ottenibile in forza delle conoscenze scientifiche e dei nostri desideri e non si guarda ad essa come a un dono prezioso da conservare e da valorizzare. Tanti giovani minano la loro salute con l’assunzione di alcol e droghe o con stili di vita, alimentazione e comportamenti «a rischio».
    C’è un ricorso eccessivo alla chirurgia estetica e una ricerca del corpo perfetto, che tende a isolare e ad eliminare i fragili e i disabili. Educare alla salute e alla vita significa educare al rispetto della dignità della persona umana che vale per se stessa e non è caratterizzata solo dalle sue capacità, ma anche dalla sua vulnerabilità, dal suo limite e dalla sua apertura alla reciprocità e al dono di sé.
    La vera salute non è l’assenza di problemi fisici o psichici ma è l’equilibrio armonico della persona che cerca, con tutte le risorse e i limiti che ha, di donarsi e condividere con gli altri le gioie e le fatiche della vita.
     
    Don Andrea Manto

    Signor mio Gesù

     
    "Signor mio, Gesu' Cristo, accetta tutto me stesso per il tempo che mi resta:
    il mio lavoro, la mia parte di gioia, le mie ansie, la mia stanchezza,
    l'ingratitudine che può venirmi dagli altri, il tedio, la solitudine che mi attanaglia durante il giorno,
    i successi, gli insuccessi, tutto ciò che mi costa, le mie miserie.
    Di tutta la mia vita voglio fare un fascio di fiori,
    deporli nelle mani della Vergine Santa;
    Lei stessa penserà di offrirteli.
    Fa che possano diventare frutto di misericordia
    per tutte le anime e di meriti per me lassu' nel Cielo".

    Conversione di San Paolo Apostolo: 25 gennaio

     
    La conversione di Paolo che siamo chiamati a celebrare e a vivere, esprime la potenza della grazia che sovrabbonda dove abbonda il peccato. La svolta decisiva della sua vita si compie sulla via di Damasco, dive egli scopre il mistero della passione di Cristo che si rinnova nelle sue membra. Egli stesso perseguitato per Cristo dirà: ‘Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa’. Questa celebrazione, già presente in Italia nel sec. VIII, entrò nel calendario Romano sul finire del sec. X. Conclude in modo significativo la settimana dell’unità dei cristiani, ricordando che non c’è vero ecumenismo senza conversione
     

    San Paolo è senz’altro il più grande missionario di tutti i tempi, non conobbe personalmente Cristo, ma per la Sua folgorante chiamata sulla via di damasco, ne divenne un discepolo fra i più grandi, perorò la causa dei pagani convertiti, fu l’apostolo delle Genti; insieme a Pietro diffuse il messaggio evangelico nel mondo mediterraneo di allora; con la sua parola e con i suoi scritti operò la prima e fondamentale inculturazione del Vangelo nella storia.

    Origini e formazione
    Nacque probabilmente verso il 5-10 d.C. a Tarso nella Cilicia, oggi situata nella Turchia meridionale presso i confini con la Siria, città che nel I secolo era un luogo cosmopolita, dove vivevano greci, anatolici, ellenizzati, romani e una colonia giudaica, a cui apparteneva il padre commerciante di tende, il quale con la sua famiglia, come tutti gli abitanti, godeva della cittadinanza romana, riconosciuta dal triumviro Marc’Antonio e poi dall’imperatore Augusto.
    Come molti degli ebrei di quel tempo, portava due nomi, uno ebraico Saul, che significava “implorato a Dio” e l’altro latino o greco che era Paulus, probabilmente alludeva alla sua bassa statura; Paulus divenne poi il suo unico nome, quando cominciò la sua predicazione in Occidente.
    Conosceva la cultura ellenistica e a Tarso imparò il greco, ma la sua educazione era fondamentalmente giudaica, il suo ragionamento e la sua esegesi biblica, avevano l’impronta della scuola rabbinica.

    Persecutore dei cristiani
    Da giovane fu inviato a Gerusalemme, dove fu allievo di Gamaliele, il maestro più famoso e saggio del mondo ebraico dell’epoca; e a Gerusalemme conobbe i cristiani come una setta pericolosa dentro il giudaismo da estirpare con ogni mezzo; egli stesso poi dirà di sé: “Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge, quanto a zelo persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (Fil. 3, 5-6).
    Verso il 20 terminati gli studi, Saulo tornò a Tarso, dove presumibilmente si trovava durante la predicazione pubblica di Gesù; secondo gli “Atti degli Apostoli”, egli tornò a Gerusalemme una decina d’anni dopo, certamente dopo la Passione di Cristo, perché fu presente al martirio del protomartire s. Stefano, diacono di Gerusalemme; pur non partecipando direttamente alla lapidazione del giovane cristiano, era tra coloro che approvarono la sua uccisione, anzi custodiva i loro mantelli.
    Negli “Atti degli Apostoli”, Saul è descritto come accanito persecutore dei cristiani, fiero sostenitore delle tradizioni dei padri; il suo nome era pronunciato con terrore dai cristiani, li scovava nei rifugi, li gettava in prigione, testimoniò contro di essi, il suo cieco fanatismo religioso, costrinse molti di loro a fuggire da Gerusalemme verso Damasco.
    Ma Saulo non li mollò, anzi a cavallo e con un drappello di armigeri, con il consenso del Sinedrio, cavalcò anch’egli verso Damasco, per scovarli e suscitare nella città siriana la persecuzione contro di loro.

    La conversione
    E sulla strada per Damasco, il Signore si rivelò a quell’accanito nemico; all’improvviso, narrano gli ‘Atti’, una luce dal cielo l’avvolse e cadendo dal cavallo, udì una voce che gli diceva: “Saul, Saul, perché mi perseguiti?”. E lui: “Chi sei o Signore?”; e la voce: “Io sono Gesù che tu perseguiti. Orsù alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare” (Atti 9, 3-7).
    Gli uomini che l’accompagnavano, erano ammutoliti perché l’avevano visto cadere, forse videro anche l’improvviso chiarore, ma senza capire qualcosa; Saulo era rimasto senza vista e brancolando fu accompagnato a Damasco, dove per tre giorni rimase in attesa di qualcuno, digiuno e sconvolto da quanto gli era capitato.
    In quei giorni conobbe la piccola comunità cristiana del luogo, che avrebbe dovuto imprigionare; al terzo giorno si presentò il loro capo Anania, convinto a farlo da una rivelazione parallela, che gli disse: “Saulo, fratello, il Signore Gesù che ti è apparso sulla via per la quale venivi, mi ha mandato da te, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo”.
    Detto ciò Anania gl’impose le mani guarendolo e poi lo battezzò; Saulo rimase qualche giorno a Damasco, dove si presentò nella Sinagoga, testimoniando quanto gli era accaduto, la comunità cristiana ne gioì, mentre quella ebraica rimase sconcertata, pensando che avesse perso la testa.
    Fu la sua prima delusione, Anania gli aveva detto: “Iddio dei nostri padri, ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere Cristo e ad ascoltare le parole della sua bocca; perché tu gli sarai testimonio presso tutti gli uomini”.
    Da quel momento, si può dire, nacque Paolo, l’apostolo delle Genti; egli decise di ritirarsi nel deserto, per porre ordine nei suoi pensieri e meditare più a fondo il dono ricevuto; qui trascorse tre anni in assoluto raccoglimento.
    Forse proprio in questo periodo, avvenne quanto lui stesso racconta nella seconda lettera ai Corinzi (12, 2-4) “Conosco un uomo in Cristo, che quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo fu rapito in Paradiso e sentì parole indicibili, che non è lecito ad alcuno pronunziare”.
    In effetti Paolo non era vissuto con Gesù come gli Apostoli e quindi non aveva ricevuto gradatamente tutta la formazione necessaria al ministero.
    Ma a questo, il Maestro suppliva con interventi straordinari come la folgorazione sulla via di Damasco e facendogli contemplare la realtà divina portandolo in Paradiso, senza questo avvenimento Paolo non avrebbe potuto fare e insegnare come fece e insegnò.

    Incontro e rapporto con gli Apostoli
    Confortato da questa luce, dopo il ritiro ritornò a Damasco e si mise a predicare con entusiasmo, suscitando l’ira dei pagani, che lo consideravano un rinnegato e tentarono di ucciderlo; Paolo fu costretto a fuggire, calandosi di notte in una cesta dalle mura della città aiutato da alcuni cristiani, era all’incirca l’anno 39.
    Rifugiatosi a Gerusalemme, si fermò qui una quindicina di giorni incontrando Pietro il capo degli Apostoli e Giacomo, ai quali espose la sua nuova vita.
    Gli Apostoli lo capirono e stettero con lui ogni giorno per ore ed ore, parlandogli di Gesù; ma la comunità cristiana di Gerusalemme era diffidente nei suoi riguardi, memore della persecuzione accanita che aveva operato; soltanto grazie alla garanzia di Barnaba, un ex levita di grande autorità, i dubbi furono dissipati e fu accettato.
    Anche a Gerusalemme, nei quindici giorni della sua permanenza, Paolo cercò di fare qualche conversione, ma questa sua attività missionaria indispettì i giudei e impensierì i cristiani, alla fine non trovandosi a suo agio, si recò prima a Cesarea e poi tornò a Tarso in Cilicia, la sua città, riprendendo il mestiere di tessitore.
    Dal 39 al 43 non vi sono notizie sulla sua attività, finché Barnaba, inviato dagli apostoli ad organizzare la nascente comunità cristiana di Antiochia, passò da lui invitandolo a seguirlo; qui Paolo abbandonò per sempre il nome di Saulo, perché si convinse che la sua missione non era tanto fra i giudei, ma fra gli altri popoli che gli ebrei chiamavano ‘gentili’; ad Antiochia i discepoli di Cristo, furono denominati per la prima volta come “cristiani”.
    Alla fine dell’anno 43, Paolo e Barnaba tornarono a Gerusalemme, per portare un aiuto economico a quella comunità e al ritorno ad Antiochia, condussero con loro il giovane Giovanni Marco, figlio della padrona di casa, la vedova Maria, che ospitava gli Apostoli nelle loro tappe a Gerusalemme, egli era nipote dello stesso Barnaba e il futuro evangelista.

    Primo viaggio apostolico
    Barnaba e Paolo decisero di intraprendere nel 45, un viaggio missionario in altre regioni, quindi con Marco partirono per Cipro, l’isola di cui era originario Barnaba, non si conosce l’estensione della loro evangelizzazione, qui Paolo ebbe un diverbio con il mago Elimas; da Cipro i tre fecero il viaggio di ritorno ad Antiochia, toccando varie cittadine dell’Asia Minore; a Perge nell’Anatolia avvenne la cosiddetta ‘fuga di Marco’, spaventato dalle difficoltà del lungo viaggio, lasciò i due compagni e se ne tornò a Gerusalemme.
    Paolo e Barnaba comunque proseguirono e a Listra, Paolo guarì uno storpio; gli abitanti li scambiarono per Giove e Mercurio e volevano offrire loro un sacrificio.

    La controversia sull’osservanza della Legge mosaica
    Tornati ad Antiochia, soddisfatti per i risultati conseguiti, i due apostoli trovarono la comunità in agitazione, perché alcuni cristiani provenienti da Gerusalemme, riferirono che era in discussione il concetto che il battesimo cristiano, senza la circoncisione ebraica non sarebbe servito a nulla; così Paolo e Barnaba per chiarire l’argomento si recarono a Gerusalemme dagli Apostoli, provocando così quello che venne definito il primo Concilio della Chiesa.
    Pietro ribadì che la salvezza, proviene dalla Grazia del Signore Gesù, che non aveva fatto nessuna discriminazione tra ebrei circoncisi e fedeli non ebrei; Paolo dal canto suo illustrò i risultati meravigliosi ottenuti fra i ‘gentili’ e si dichiarò a favore della non obbligatorietà dell’osservanza della legge mosaica, al contrario di molti cristiani per lo più ex farisei, che non volevano rinunciare alle loro pratiche, osservate sin dalla nascita, come la circoncisione, l’astensione dalle carni impure, la non promiscuità con i pagani o ex pagani, ecc.
    Alla fine fu l’apostolo Giacomo a fare una proposta, accettata da tutti, non imporre ai convertiti dal paganesimo la legge mosaica, la cui pratica rimaneva facoltativa per gli ex ebrei.
    A Paolo, Barnaba, Sila e Giuda Taddeo, fu dato l’incarico di comunicare ai fedeli delle varie comunità le decisioni prese. Ma la polemica continuò fra i cristiani delle due provenienze, fino a quando la Chiesa, ormai affermata nel mondo greco-romano, divenne autonoma dall’influenza della sinagoga.

    Secondo viaggio apostolico
    Si era nel 50 e Paolo decise di partire con Barnaba per un nuovo viaggio in Asia Minore, Barnaba propose di portare con loro il nipote Marco, ma Paolo si oppose decisamente, per non avere problemi come già successo nel primo viaggio.
    Irrigiditi sulle proprie posizioni, alla fine i due apostoli si divisero, Barnaba con Marco andarono di nuovo ad evangelizzare Cipro e Paolo con Sila (O Silvano) andarono nel nuovo itinerario.
    Il viaggio apostolico durato fino al 53, toccò la Grecia, la Macedonia dove Paolo evangelizzò Filippi; qui i due furono flagellati ed incarcerati, ma dopo un terremoto avvenuto nella notte e la conversione del carceriere, la mattina dopo furono liberati.
    Andarono poi a Tessalonica, a Berea ed Atene, dove il dotto discorso di Paolo all’Areopago fu un insuccesso; dopo una sosta di un anno e mezzo a Corinto, ritornarono ad Antiochia.

    Terzo viaggio apostolico
    Nel 53 o 54, iniziò il terzo grande viaggio di Paolo, si diresse prima ad Efeso, fermandosi tre anni; la sua predicazione portò ad una diminuzione del culto alla dea Artemide e il commercio sacro ad esso collegato ebbe un tracollo, ciò provocò una sommossa popolare, da cui Paolo ne uscì illeso; la comunità fu affidata al discepolo Timoteo.
    Da Efeso fu di nuovo in Macedonia e per tre mesi a Corinto; sfuggendo ad un programmato agguato sulla nave su cui si doveva imbarcare, continuò il viaggio per terra accompagnato per un tratto da Luca che ne fece un resoconto particolareggiato.
    Egli visitò con commozione le comunità cristiane dell’Asia Minore che aveva fondate, presentendo di non poterle più rivedere.
    L’ultima tappa fu Cesarea dove il profeta Agabo gli predisse l’arresto e la prigione, da lì arrivò a Gerusalemme verso la fine di maggio 58, qui portò le offerte raccolte nel suo ultimo viaggio.

    Gli avvenimenti giudiziari
    A Gerusalemme, oltre la gioia di una parte della comunità, trovò un’atmosfera tesa nei suoi confronti, conseguente alla già citata questione dell’ammissione incondizionata dei pagani convertiti al cristianesimo.
    I sospetti sul suo conto, da parte degli Ebrei erano molti, alla fine fu accusato di aver introdotto nel tempio profanandolo, un cristiano non giudeo, tale Trogiuno; ciò provocò la reazione della folla e solo l’intervento del tribuno Claudio Lisia lo salvò dal linciaggio; convinto però che Paolo fosse un egiziano pregiudicato, lo fece flagellare, nonostante le sue proteste perché ciò era illegittimo, essendo cittadino romano.
    Condotto davanti al Sinedrio, Paolo abilmente suscitò una contrapposizione tra Sadducei e Farisei, cosicché Lisia lo riportò in carcere e il giorno dopo, volendosi liberare della spinosa questione, mandò l’Apostolo sotto scorta a Cesarea, dal procuratore Antonio Felice, il quale pur trattandolo con una prigionia alquanto lieve, lo trattenne per ben due anni, sperando in un riscatto.
    Solo il suo successore Porcio Festo, nel 60, provvide ad istruire un processo contro di lui a Gerusalemme, ma Paolo si oppose e come “civis romanus” si appellò all’imperatore.
    Appena fu possibile, fu consegnato al centurione Giulio per essere trasferito a Roma, accompagnato da Luca e Aristarco; il viaggio a quel tempo avventuroso, fu interrotto a Malta a causa di un naufragio, dopo tre mesi di sosta, proseguì a tappe successive a Siracusa, Reggio Calabria, Pozzuoli, Foro Appio e Tre Taverne, arrivando nel 61 a Roma.
    Qui gli fu concesso di alloggiare in una camera affittata, in una sorta di libertà vigilata ma con contatti con i cristiani, in attesa di un processo che non si fece mai, per il mancato arrivo degli accusatori dalla Palestina.
    Terminato qui il racconto degli “Atti degli Apostoli”, le fasi finali della sua vita, possono essere ricostruite da alcuni accenni delle sue Lettere; probabilmente fu liberato, perché nel 64 Paolo non era a Roma durante la persecuzione di Nerone; forse perché in Oriente e in Spagna per il suo quarto viaggio apostolico.
    Si sa che lasciò i discepoli Tito a Creta e Timoteo ad Efeso, a completare l’evangelizzazione da lui iniziata.

    Il martirio
    Nel 66, forse a Nicopoli, fu di nuovo arrestato e condotto a Roma, dove fu lasciato solo dai discepoli, alcuni erano lontani ad evangelizzare nuovi popoli, qualcun altro aveva lasciato la fede di Cristo; i cristiani di Roma terrorizzati dalla persecuzione, lo avevano abbandonato o quasi, solo Luca era con lui.
    Paolo presagiva ormai la fine e lanciò un commovente appello a Timoteo: “Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele… Cerca di venire presto da me perché Dema mi ha abbandonato…, Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero…”.
    Questa volta il tribunale romano lo condannò a morte perché cristiano; fu decapitato tradizionalmente un 29 giugno di un anno imprecisato, forse il 67, essendo cittadino romano gli fu risparmiata la crocifissione; la sentenza ebbe luogo in una località detta “palude Salvia”, presso Roma (poi detta Tre Fontane, nome derivato dai tre zampilli sgorgati quando la testa mozzata rimbalzò tre volte a terra); i cristiani raccolsero il suo corpo seppellendolo sulla via Ostiense, dove poi è sorta la magnifica Basilica di San Paolo fuori le Mura.

    Culto
    Non c’è certezza se i due apostoli Pietro e Paolo, siano morti contemporaneamente o in anni diversi, è certo comunque che il 29 giugno 258, sotto l’imperatore Valeriano (253-260) le salme dei due apostoli furono trasportate nelle Catacombe di San Sebastiano, per metterle al riparo da profanatori; quasi un secolo dopo, papa s. Silvestro I (314-335) fece riportare le reliquie di Paolo nel luogo della prima sepoltura e in quell’occasione l’imperatore Costantino I, fece erigere sulla tomba una chiesa, trasformata in Basilica nel 395, che sopravvisse fino al 1823, quando un violento incendio la distrusse; nello stesso luogo fu ricostruita l’attuale Basilica.
    La Chiesa Latina celebra la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni di Roma il 29 giugno, perché anche se essi furono i primi a portare la fede nella capitale dell’impero, sono realmente i ‘fondatori’ della Roma cristiana.
    La festa liturgica dei ss. Pietro e Polo venne inserita nel santoriale, ben prima della festa del Natale e dopo la Vergine SS. Sono insieme a s. Giovanni Battista, i santi ricordati più di una volta e con maggiore solennità; infatti il 25 gennaio si ricorda la Conversione di s. Paolo, il 22 febbraio la Cattedra di s. Pietro, il 18 novembre la Dedicazione delle Basiliche dei Santi Pietro e Paolo, oltre la solennità del 29 giugno.

    La sua dottrina
    Le sue 14 ‘Lettere’ fanno parte della ‘Vulgata’, versione latina della Bibbia e costituiscono i cardini dottrinali della Chiesa; indirizzate a comunità di cristiani dell’epoca (Filippesi, Colossesi, Galati, Corinzi, Romani, Ebrei, Tessalonicesi, Efesini), oppure a singoli discepoli (Tito, Timoteo, Filemone), in esse Paolo espose il suo pensiero annunziante il Vangelo, da lui definito così: “Io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo”.
    In esse si trattano argomenti fondamentali quali la fede, il battesimo, la giustificazione per mezzo della fede, il peccato, l’umanità, lo Spirito Santo, il problema dell’incredulità e della conversione degli ebrei; la natura del ministero apostolico, lo scandalo di un incesto, il problema del matrimonio e della verginità, la celebrazione dell’Eucaristia, l’uso dei carismi, l’amore cristiano, la risurrezione dei morti, le tribolazioni e le speranze degli Apostoli.
    E ancora: il mistero dell’Incarnazione, Cristo e la Chiesa, la salvezza universale, l’umiltà di Cristo, del suo primato sull’universo, l’impegno dei fedeli per la loro personale salvezza, la seconda venuta di Cristo e dell’Anticristo, il delineamento della figura e l’opera di Cristo, sotto il punto di vista dell’Antico Testamento, del sacrificio, del culto, del sacerdozio, del tempio; infine insegnamenti pratici per reggere una comunità, la difesa della causa di uno schiavo fuggito.

    S. Paolo nell’arte e patronati
    Era piccolo di statura, con naso adunco e occhi cisposi, impetuoso nell’affrontare la nuova missione cui era destinato, ma anche non rinunciatario dei suoi diritti, ligio alle regole e alle leggi; Paolo nell’arte, è stato invece raffigurato variamente secondo l’estro dell’artista, maturo o anziano, con barba e baffi e con capelli a corona intorno ad un’ampia fronte calva, seguendo anche le indicazioni degli apocrifi “Atti di Paolo e Tecla”, considerata sua discepola ad Iconio.
    È patrono oltre di Roma, di Malta e dal 16 luglio 1914 della Grecia, innumerevoli sono le basiliche e chiese a lui dedicate in tutto il mondo; otto Comuni in Italia portano il suo nome; ricordiamo anche la metropoli sudamericana di San Paolo del Brasile.
    È protettore dei cordai e dei cestai; è invocato contro le tempeste di mare, i morsi dei serpenti e contro la cecità.
    Suo attributo è la spada, strumento del suo martirio.


    Tutto il mondo è un'immensa messe

     
    Tutto il mondo
    è un'immensa messe.
    Tutta l'umanità
    soffre e geme
    o per mancanza di Dio,
    o per stordimento interiore,
    o per soffocamento
    in un oscuro male di vivere,
    o per smarrimento
    e scontento,
    o per miserie lancinanti
    e dolori acutissimi
    che toccano gli individui,
    famiglie e popoli
    nei bisogni più essenziali.
    Che ognuno
    si faccia operario dove è.
    Che ognuno
    si chini sul cuore o sul corpo
    del proprio fratello,
    di quanti Dio gli affida.
    Che ognuno
    sia pronto a correre
    dove Dio lo manda.

    Don Andrea Santoro

    Chiara Lubich: una donna anima dell’Ecumenismo

     
     

     DIO: una luce che irrompe nella tua vita, per un attimo ti acceca, poi illumina l’intera esistenza. Così è stato per Chiara Lubich (nella foto), la fondatrice del Movimento dei Focolari, nata a Trento il 22 gennaio 1920 e morta a Roma il 14 marzo 2008. A 19 anni, nel santuario di Loreto, la vocazione: favorire la nascita nella Chiesa di una nuova via di vita e di santità, il "focolare", ossia piccole comunità di persone, donate in diversi modi a Dio e unite dall’amore. A 23 anni, i voti di consacrazione a Dio. L’avventura del Movimento inizia a Trento, sotto i bombardamenti: «In un rifugio antiaereo – così Chiara – apriamo a caso il vangelo alla pagina del testamento di Gesù: "Che tutti siano uno, Padre, come io e te". Quel "tutti" sarebbe stato il nostro orizzonte, quel progetto di unità la ragione della nostra vita… Se siamo uniti, Gesù è fra di noi». La "spiritualità dell’unità" è dunque la sintesi del movimento dei Focolari, diffuso in tutto il mondo, in 182 paesi. Dalla fede in Dio-amore e dalla vita in comune nasce la ricerca di unità: nella Chiesa, nella società, tra i popoli e le religioni. A partire dal 1998, su invito del Papa Giovanni Paolo II, Chiara si prodiga espressamente per l’ecumenismo, partendo appunto dalla carità. A tutti Chiara ha teso la sua mano, a tutti ha offerto il suo mite sorriso.
     
    Battista Galvagno